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20 anni di Alibaba: strategia per lanciare il Made in Italy in Cina.

Aggiornato il: 5 ago 2019

Puntare sui prodotti agroalimentari. Il fintech l'infrastruttura per spingere i pagamenti con Alipay. La piattaforma di ecommerce guarda ai mercati all'ingrosso e alla costruzione dei cloud.



Il fondatore di Alibaba, Jack Ma

Il prossimo 10 Settembre, il fondatore di Alibaba, Jack Ma, lascerà la guida del suo colosso, la più importante piattaforma di ecommerce in Cina, affidando la presidenza all’attuale amministratore delegato, Daniel Zhang.

Nonostante ciò, l'obiettivo per il prossimo futuro è già stato delineato: raggiungere 2 miliardi di clienti al mondo, di cui uno della madrepatria (dove a dicembre, dati aziendali, ne registrava 636 milioni) e uno nel resto del mondo.

In questo obiettivo è presente un focus particolare sull'agroalimentare. Infatti, Rodrigo Cipriani Foresio, direttore generale di Alibaba in Italia, specifica che si tratta del progetto dei prossimi anni. In particolare, Alibaba guarda a quattro prodotti: vino, latte, olio e caffè. I must have a tavola della classe media e dei consumatori più giovani. Mentre il governo, dopo la consegna dei primi container di arance rosse, lavora ad accordi su pere e riso per risotto.


L' Ecostistema di Alibaba


In Cina il consumo di vino è in aumento, ma l’Italia è in ritardo rispetto a Cile e Francia”, spiega Cipriani Foresio. Il gruppo ha già arruolato una cinquantina di catene del Belpaese e alcune aziende di primo piano, come Antinori, Frescobaldi, Ca’ del Bosco, ma per recuperare terreno su una quota di mercato che per l’etichette italiane è il 6% delle vendite in Cina nel 2018, occorre “creare un marchio italiano, senza pretendere che il consumatore riconosca la regioni”, suggerisce il manager, “svecchiare la catena di vendita” e trovare strade “per attirare un consumatore giovane, per esempio una bottiglia colorata”.

Regole che valgono anche per caffè, olio e latte. Oltre allo sbocco online, su Tmall global, gli accordi commerciali portano il cibo italiano anche nei negozi di Freshippo, catena di supermercati high-tech, senza casse, con consegna a domicilio, che conta già 145 insegne nei primi tre anni di attività.

Il colosso dell’ecommerce, tuttavia, gioca anche su altri tavoli. Il primo è il design. Altro marchio caratteristico del made in Italy, ma più complesso da esportare per la gestione logistica e il montaggio. Tuttavia nelle mire dei cinesi. “Smeg e Bialetti hanno aperto uno store”, ricorda Cipriani Foresio. E ci sono dialoghi con Kartell e Artemide.

Il secondo fronte riguarda il mercato all’ingrosso. “Si stima che il mercato b2b sia 4-5 volte più grande di quello b2c”, precisa Cipriani Foresio. In questo caso la vetrina di destinazione è quella di Alibaba.com, a cui sono iscritti oltre 100 milioni di buyer in tutto il mondo. Le aziende hanno a disposizione una sorta di pagine gialle in inglese, con cui presentare la propria offerta all’esterno.

Abbiamo stipulato un accordo unico al mondo con Unicredit che tramite la sua rete di oltre tremila sportelli dà supporto alle aziende che vogliono aprire uno store”, spiega il direttore generale di Alibaba in Italia. Nei primi otto mesi l’intesa è valsa l’iscrizione di 400 aziende, dalla moda alle macchine agricole, dall’utensileria al cemento.

L’Italia è stata scelta come paese pilota per questo test – aggiunge il manager –. Questo esperimento con Unicredit ci permetterà di entrare in Europa dell’est”. E il prossimo passo sarà aprire Aliexpress, finora destinato al commercio fuori dalla madrepatria di prodotti made in China, alle aziende italiane.


Il turismo cinese è in crescita in Italia. E Alibaba ha schierato accordi con aziende, negozi, monumenti per accettare pagamenti con Alipay, uno dei borsellini digitali più diffusi in Cina.

Oltre alle banche – Unicredit, Intesa Sanpaolo, Bnl, Banca Sella e Bank of China – il gruppo si è alleato con la fintech Tinaba, che consente a ottomila taxisti di accettare transazioni con Alipay attraverso qr code (già mille ne hanno effettuata una) e con Ivs per le macchinette del caffè.

Dal nostro punto di vista si sta sviluppando una maggiore sensibilità a seguire non solo le città più grandi, ma anche altre come Verona, Bologna e Torino che sviluppano un traffico comparabile con città come Madrid”, osserva Piero Candela, che guida Alipay in Italia. E aggiunge: “L’idea è di passare dal pagamento come elemento di costo a valore per un’impresa, per intercettare l’interesse del cliente prima che entri in Europa”.

E il borsellino digitale è una calamita anche per gli studenti cinesi in Italia, fungendo da riserva di valuta. Ma anche per clienti da altri paesi asiatici, dove Alibaba sta integrando i sistemi fintech locali. “È una popolazione giovane, in rapida crescita, che si sta arricchendo e non è ben servita dal punto di vista finanziario”, chiosa Candela.

L’ultimo punto del piano è il cloud. Dopo Amazon e Microsoft, Alibaba è la terza azienda al mondo per questi servizi. In Europa l’infrastruttura si appoggia a due data center, in Germania e Regno Unito. È il prossimo servizio che il gigante dell’ecommerce, per la società di consulenza Emarketer il terzo venditore al mondo di pubblicità, dopo Google e Amazon, vuole infilare nel bouquet di offerte ai clienti, vendendo la vetrina su Alibaba e l’infrastruttura cloud su cui costruirla.

I primi contratti sono già stati sottoscritti. Con Pirelli, il cui primo socio è la cinese Chem China. E Costa Crociere, che ha appena varato una nave proprio per i mari asiatici, Costa Venezia, con l’obiettivo di beneficiare della crescita dei crocieristi cinesi, che nel 2020 dovrebbe raggiungere 4,5 milioni.


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